O tempora o mores

February 2, 2015 § 2 Comments

Mi è capitato recentemente sotto gli occhi un articolo che, nel modo un po’ generalista della stampa non specializzata, pone varie questioni sulla fotografia digitale, il reportage, i selfie, i social network.

Troppe cose insieme.

Per scuola di pensiero, non ho l’abitudine di stracciarmi le vesti quando il mondo della cultura sembra sterzare in una direzione diversa da quella seguita fin lì – è semplicemente fisiologico, guai se non fosse così. Ci sono però varie questioni che vale la pena di approfondire.

E’ evidente che la democratizzazione del mezzo fotografico seguita alla digitalizzazione ha reso la fotografia un medium alla portata di tutti […] tuttavia questo non vuol dire che siano aumentati con la stessa progressione professionisti e artisti

Resto colpito da tanta profondità. C’è da sempre, da parte dei professionisti, una certa insofferenza verso la democratizzazione, che rende meno di élite il loro lavoro. In realtà, la fotografia di massa, quella per così dire “social”, vive su un piano radicalmente diverso, che si basa su mezzi tecnici minimali e non rivendica pretese comunicative di grande respiro. Continua Jacona:

Uno tsunami di immagini che “di fatto abbassa di molto il livello medio della qualità, riduce le aspettative del pubblico e soprattutto sommerge il lavoro di chi ha veramente qualcosa da dire, rendendone molto più complicata l’emersione e il riconoscimento da parte di critica e pubblico”

Ma andiamo, davvero cercate talenti emergenti su facebook o instagram? Di fotografi che hanno qualcosa da dire ce ne sono tanti, e non mi pare che il mondo del professionismo fotografico faccia granché per farli emergere – e non per eccesso di immagini.

“E’ l’era della snapshot photography, degli scatti eseguiti in modo casuale e imperfetto: semplificando al massimo, oggi tutti fanno foto senza bisogno di essere fotografi, senza costi per le attrezzature, di sviluppo o di stampa. Senza troppe pretese, ma con implacabile determinazione a condividere tutto o quasi online.”

A Jacona potrà sembrare strano, ma è sempre successo che le foto non fossero fatte solo dai fotografi. Chi ha più di vent’anni deve ben ricordare quei tristi, piccoli album di plastica, formato 10×15, che i laboratori davano con le stampe. Per molti, quelle restavano le uniche stampe possibili o conosciute per le loro foto: qualcuno buttava perfino i negativi quando aveva tra le mani i 10×15.
Ecco, quelle foto delle vacanze, della festa di compleanno, della recita scolastica, non le vedo troppo distanti da quelle che vedo postare su Facebook da tanti amici. Quelle foto non sono Fotografia molto più di quanto siano Letteratura i tweet di Matteo Renzi.

Diversa è la questione della stampa. Qui sì, c’è una differenza: con la pubblicazione online delle immagini, è vero che il peso assoluto della stampa come destinazione finale delle foto è molto diminuito. E, complice il basso costo di un singolo scatto e della sua pubblicazione online, la rete ci mette effettivamente di fronte miriadi di immagini insignificanti (cioè, per la verità la rete ci mette di fronte più in generale miriadi di banalità, le foto sono solo una sfaccettatura tra le tante).

E’ cambiato quindi (in parte) il supporto fisico di fruizione dei contenuti. Certo, è come se quegli album di 10×15 ci fossero stati scaricati addosso tutti insieme, ma la verità è che nessuno usa veramente la rete come un mare in cui navigare senza meta: ognuno di noi ha i suoi punti di riferimento, senza i quali tutta questa bulimia comunicativa porta solo a perdersi in una nebbia indistinta.

Ma attenzione: fare cultura, fotografica o no, significa anche guardarsi attentamente intorno. Un mezzo nuovo modifica il linguaggio. Tecniche nuove non rappresentano in sé nuovi contenuti, ma spesso forniscono un nuovo quadro in cui esprimerli. E questo chi lavora nella cultura lo deve avere ben presente.

Se una macchina fotografica che ti porti sempre dietro nel telefono, o una rete su cui puoi pubblicare contenuti a costo zero, sono solo mezzi e non contenuti, è anche vero che il ruolo di chi produce cultura è di utilizzare al meglio i mezzi che ha a disposizione, quelli già noti e quelli ancora da esplorare.

Ed è piuttosto di questo, che dovremmo parlare.

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(E poi, certo, la spazzatura non manca, ed esporla con tanto orgoglio mi sembra un segno dei tempi. Eppure, questa presenza pervasiva dell’obiettivo esercita su di me un’attrazione irresistibile)

Diario

November 25, 2012 § 4 Comments

Sono incappato nelle foto di Anders Petersen qualche tempo fa, in modo completamente casuale, ed è stato come prendere un pugno nello stomaco. Petersen fotografa un’umanità faticosa e marginale, e la fotografa in modo ruvido, scuro ed un po’ opprimente – eppure lasciando di tanto in tanto la possibilità di un riscatto, di un sorriso estemporaneo.

Ieri sono andato a vedere la sua mostra “Rome, a diary 2012”, e a parte il piccolo numero di foto (e gli scarti? come saranno stati gli scarti, mi sono chiesto), ci ho ritrovato il suo stile e la sua consueta, provocatoria rappresentazione di una marginalità quasi antiestetica.

E’ un ritratto di Roma, questo? No, sono convinto di no. Del resto, il titolo parla di diary, ed è giusto così.
E’ dal rapporto tra soggetto e fotografo che escono le fotografie. E’ il fotografo che del reale seleziona solo quella parte che lo rappresenta: detto in maniera un po’ più estrema, è il fotografo che, in fondo, ritrae sempre se stesso.

Il punto di equilibrio

May 7, 2011 § 6 Comments

…”fotografia d’autore” significava che nei confronti del mondo, della realtà – ritratto, natura morta, qualsiasi oggetto o paesaggio gli si presentasse sotto gli occhi – il fotografo si poneva in maniera pesantemente codificata. Aveva una specie di marchio personale, un modo di vedere che imprimeva sul mondo esterno trasformandolo e riconducendolo all’interno delle sue coordinate estetiche.
Io invece credevo – e credo ancora – in una differente intenzionalità, che vorrei appunto proporre all’interno di questo corso: consiste nel guardare alla fotografia come ad un modo di relazionarsi col mondo, nel quale il segno di chi fa fotografia, quindi la sua storia personale, il suo rapporto con l’esistente, è sì molto forte, ma deve orientarsi, attraverso un lavoro sottile, quasi alchemico, all’individuazione di un punto di equilibrio tra la nostra interiorità – il mio interno di fotografo-persona – e ciò che sta all’esterno, che vive al di fuori di noi, che continua ad esistere senza di noi e continuerà ad esistere anche quando avremo finito di fare fotografia. (Luigi Ghirri, “Lezioni di fotografia”)

Naturalmente, non tutti la pensano così. Eppure, il rispettoso, tenero realismo delle foto di Ghirri, la loro pacatezza, me le rendono affascinanti. Con il passare degli anni, mi accorgo di usare sempre più le focali medie: come dire, di essere sempre meno interessato ad operazioni di stravolgimento del paesaggio.
Boh, sarà l’età.

(La foto sopra è di Luigi Ghirri. Quella sotto, molto più modestamente, mia)

Cosa e come

January 12, 2011 § Leave a comment

Lungo un canale pieno di canne e giunchiglie, trovo un cartello che dice: SI PESCA SOLO CON CANNA. Qui comincia una fila di platani che costeggia la strada.
L’orizzonte è una linea verde ininterrotta, a parte la punta di qualche campanile lontano o il profilo più scuro di qualche macchia di salici in mezzo alle piantate dei frutteti. Nuvole bianche salgono dalla parte del mare, e dall’altra parte si vede la linea azzurra delle montagne ora appena percepibile.
Sotto un ombrellone in distanza spunta una venditrice di patate e pesche e cocomeri, con le sue cassette disposte lungo il margine della strada. Seduta su un seggiolino pieghevole, sta leggendo un rotocalco.

Ecco, forse non è tanto importante il fatto che il fotografo (Luigi Ghirri) e lo scrittore (Gianni Celati) parlino tutti e due della Pianura Padana. Mi pare più importante leggere le analogie nel modo di raccontare: in questa narrazione tenacemente concentrata su particolari insignificanti, su vedute che il nostro occhio magari schiva con sufficienza, su una sottile anima che caratterizza un luogo. E che è fatta di piccoli dettagli.

Where Am I?

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