Qualcosa di troppo personale

May 16, 2015 § 2 Comments

Questo è il gomito, ahimè piuttosto malconcio, del vostro blogmaster, radiografato qualche settimana fa. Tra varie vicissitudini, il braccio è al collo da un mese e mezzo, ed il morale sotto la suola delle scarpe.

gomito

Se siete ortopedici, questa immagine vi dice qualcosa. Altrimenti, vi dirà probabilmente molto poco.
In tutti i casi, non renderà conto delle sensazioni che passano nella testa del proprietario del gomito: solo per lui questa foto significa qualcosa di speciale.

Questo per dire che uno dei peggiori errori che un fotografo possa fare, è di far rappresentare il suo pensiero da una immagine troppo personale.

(proviamo a buttarla a ridere. passerà anche questa)

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Metonimia

April 10, 2015 § Leave a comment

METONIMIA – Evocare un’idea citando al suo posto un concetto a essa relativo; se si tratta di paragoni quantificativi la metonimia prende il nome di sineddoche; può avvenire nei seguenti casi:

  • il contenente per il contenuto (bottiglia per vino; bere un bicchiere d’acqua, cioè bere (un bicchiere ripieno d’acqua));
  • l’astratto per il concreto o viceversa (il prezzo della fama, avere orecchio);
  • la causa per l’effetto o viceversa (guarire da una caduta, bagnare il letto);
  • la materia per l’oggetto (legno per croce, bronzo per statua);
  • l’autore per l’opera (leggere Omero al posto di leggere l’Iliade; possedere un Picasso al posto di possedere un quadro di Picasso);
  • il luogo per l’oggetto o istituzione (Via XX Settembre per indicare il Ministero dell’Economia);
  • la parte del corpo per la persona (Lingua mortal non dice / quel ch’io sentiva in seno (Leopardi, A Silvia, 26-27)).

(Wikipedia)

Elizabeth

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Mi è passata sotto gli occhi qualche giorno fa una sineddoche fotografica molto famosa dovuta ad André Kertesz. Dell’autoscatto Elizabeth and I esistono varie versioni, ma nell’ultima e più famosa la presenza di André è evocata dalla sola mano, che stringe teneramente la spalla di Elizabeth. Si, perché Kertesz e la moglie passarono tutta la vita insieme. Roba d’altri tempi: correva l’anno 1931.

(e voglio vedere chi ha il coraggio di chiamarlo “un selfie”)

O tempora o mores

February 2, 2015 § 2 Comments

Mi è capitato recentemente sotto gli occhi un articolo che, nel modo un po’ generalista della stampa non specializzata, pone varie questioni sulla fotografia digitale, il reportage, i selfie, i social network.

Troppe cose insieme.

Per scuola di pensiero, non ho l’abitudine di stracciarmi le vesti quando il mondo della cultura sembra sterzare in una direzione diversa da quella seguita fin lì – è semplicemente fisiologico, guai se non fosse così. Ci sono però varie questioni che vale la pena di approfondire.

E’ evidente che la democratizzazione del mezzo fotografico seguita alla digitalizzazione ha reso la fotografia un medium alla portata di tutti […] tuttavia questo non vuol dire che siano aumentati con la stessa progressione professionisti e artisti

Resto colpito da tanta profondità. C’è da sempre, da parte dei professionisti, una certa insofferenza verso la democratizzazione, che rende meno di élite il loro lavoro. In realtà, la fotografia di massa, quella per così dire “social”, vive su un piano radicalmente diverso, che si basa su mezzi tecnici minimali e non rivendica pretese comunicative di grande respiro. Continua Jacona:

Uno tsunami di immagini che “di fatto abbassa di molto il livello medio della qualità, riduce le aspettative del pubblico e soprattutto sommerge il lavoro di chi ha veramente qualcosa da dire, rendendone molto più complicata l’emersione e il riconoscimento da parte di critica e pubblico”

Ma andiamo, davvero cercate talenti emergenti su facebook o instagram? Di fotografi che hanno qualcosa da dire ce ne sono tanti, e non mi pare che il mondo del professionismo fotografico faccia granché per farli emergere – e non per eccesso di immagini.

“E’ l’era della snapshot photography, degli scatti eseguiti in modo casuale e imperfetto: semplificando al massimo, oggi tutti fanno foto senza bisogno di essere fotografi, senza costi per le attrezzature, di sviluppo o di stampa. Senza troppe pretese, ma con implacabile determinazione a condividere tutto o quasi online.”

A Jacona potrà sembrare strano, ma è sempre successo che le foto non fossero fatte solo dai fotografi. Chi ha più di vent’anni deve ben ricordare quei tristi, piccoli album di plastica, formato 10×15, che i laboratori davano con le stampe. Per molti, quelle restavano le uniche stampe possibili o conosciute per le loro foto: qualcuno buttava perfino i negativi quando aveva tra le mani i 10×15.
Ecco, quelle foto delle vacanze, della festa di compleanno, della recita scolastica, non le vedo troppo distanti da quelle che vedo postare su Facebook da tanti amici. Quelle foto non sono Fotografia molto più di quanto siano Letteratura i tweet di Matteo Renzi.

Diversa è la questione della stampa. Qui sì, c’è una differenza: con la pubblicazione online delle immagini, è vero che il peso assoluto della stampa come destinazione finale delle foto è molto diminuito. E, complice il basso costo di un singolo scatto e della sua pubblicazione online, la rete ci mette effettivamente di fronte miriadi di immagini insignificanti (cioè, per la verità la rete ci mette di fronte più in generale miriadi di banalità, le foto sono solo una sfaccettatura tra le tante).

E’ cambiato quindi (in parte) il supporto fisico di fruizione dei contenuti. Certo, è come se quegli album di 10×15 ci fossero stati scaricati addosso tutti insieme, ma la verità è che nessuno usa veramente la rete come un mare in cui navigare senza meta: ognuno di noi ha i suoi punti di riferimento, senza i quali tutta questa bulimia comunicativa porta solo a perdersi in una nebbia indistinta.

Ma attenzione: fare cultura, fotografica o no, significa anche guardarsi attentamente intorno. Un mezzo nuovo modifica il linguaggio. Tecniche nuove non rappresentano in sé nuovi contenuti, ma spesso forniscono un nuovo quadro in cui esprimerli. E questo chi lavora nella cultura lo deve avere ben presente.

Se una macchina fotografica che ti porti sempre dietro nel telefono, o una rete su cui puoi pubblicare contenuti a costo zero, sono solo mezzi e non contenuti, è anche vero che il ruolo di chi produce cultura è di utilizzare al meglio i mezzi che ha a disposizione, quelli già noti e quelli ancora da esplorare.

Ed è piuttosto di questo, che dovremmo parlare.

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(E poi, certo, la spazzatura non manca, ed esporla con tanto orgoglio mi sembra un segno dei tempi. Eppure, questa presenza pervasiva dell’obiettivo esercita su di me un’attrazione irresistibile)

Sulla fiducia

September 30, 2014 § Leave a comment

Ho assistito da fuori dell’Italia (e, lo ammetto, abbastanza divertito) alla querelle tra Oliviero Toscani e Fratelli d’Italia sulla foto usata dal partito di Giorgia Meloni per un manifesto contro le adozioni gay.

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Toscani querela FdI – ed ha in questo tutta la mia approvazione, sia ben chiaro – per aver utilizzato una sua foto senza il suo benestare. Certo, ci sarebbe molto da dibattere su come si sia evoluto, o per meglio dire annientato, lo stesso concetto di diritto d’autore sulla rete. Oggi Toscani denuncia un uso scorretto di una sua foto, ma quotidianamente assistiamo ad una deresponsabilizzazione di massa: la rete è diventato un mare magnum dove tutto diventa di pubblico dominio senza neanche il dovere di citare la fonte. Fatto, naturalmente, tanto più grave quando legato ad un pubblico vasto e ad un messaggio politico, come nel caso Toscani/FdI.

Detto questo, però, la mia solidarietà a Toscani finisce. Ma andiamo, Oliviero, com’è possibile che una stessa foto sia scattata con un intento ed utilizzata con tutto un altro? Come pensi che un bambino incastrato tra le braccia di persone che neanche lo guardano possa simboleggiare un messaggio positivo rispetto alla adozione? Ti ha mai spiegato nessuno che nella nostra cultura voltare le spalle è segno di disprezzo?

Non è una novità, trattandosi di Toscani, ma direi che per questa strada l’uso delle immagini è arrivato alla totale banalizzazione. Dovremmo decodificarle e giudicarne il senso sulla fiducia: basta mettere in una foto quattro omosessuali, un bambino e la firma di Oliviero Toscani, e questo dovrebbe bastare a farne una immagine di alto valore artistico e sociale.

Secondo lui.

Ipse dixit (4)

October 1, 2013 § 3 Comments

Un’altra falsissima idea che pure ha corso attualmente è l’equivalenza che si stabilisce tra ispirazione, esplorazione del subconscio e liberazione; tra caso, automatismo e libertà. Ora, questa ispirazione che consiste nell’ubbidire ciecamente ad ogni impulso è in realtà una schiavitù. Il classico che scrive la sua tragedia osservando un certo numero di regole che conosce è più libero del poeta che scrive quel che gli passa per la testa ed è schiavo di altre regole che ignora.

(Raymond Queneau, “Segni cifre e lettere”)

Antonomasia

August 10, 2013 § 2 Comments

ANTONOMASIA – In retorica, l’antonomasia è una sostituzione di un qualsiasi epiteto o frase al posto di un nome proprio, come “il piccolo caporale” al posto di Napoleone. Il processo inverso è anche talvolta chiamato antonomasia. La parola deriva dal verbo greco ἀντονομάζειν, che vuol dire “chiamare in modo diverso”. L’antonomasia è una particolare forma di metonimia.

Il nome usato per sostituire una nozione astratta o un tratto personale è normalmente chiamato archetipo o, più specificamente, nome archetipico (wikipedia).

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Tutto questo per giustificare come succeda a tutti (ed anche a chi scrive) di scattare le cosiddette “cartoline”, quelle foto, appunto, archetipiche – la montagna per eccellenza, la spiaggia di tutte le spiagge. Ed in questo caso, la bellissima costa di Torre Guaceto in Salento.

(ed anche il vostro blogmaster, dopo varie vicissitudini che lo hanno tenuto lontano da questo blog, parte per andare metaforicamente sotto l’ombrellone. torneremo sulla breccia a settembre, buone vacanze a tutti)

Stilema elettorale

May 24, 2013 § Leave a comment

Tempi duri, le elezioni.
Preoccupante, poi, il fatto che non si riesca neanche a svecchiare lo stile.

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Benito-Mussolini

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