Chi ha paura delle donne fotografe?

February 21, 2016 § 3 Comments

 

LetiziaBattaglia

Qualche settimana fa ho visto questa mostra, dedicata al contributo delle fotografe di sesso femminile alla fotografia e al dibattito artistico della prima metà del XX secolo. L’argomento della fotografia al femminile, negli ultimi tempi, ha ricevuto molta attenzione, come dimostrano varie mostre ed iniziative (questa e questa, ad esempio) in giro per l’Europa.

“Chi ha paura delle donne fotografe?” Intanto, per gli estimatori/le estimatrici del linguaggio sessuato, va notato che “photographe” vuol dire in francese sia “fotografo” che “fotografa”. Chi mi conosce sa quanto mi infastidisca cercare discriminazioni di genere dove non ne veda di particolari: non mi sembra, per essere chiari e parlando al presente indicativo, che le donne fotografe abbiano la strada più difficile dei loro colleghi maschi – quanto meno, non più di quanto le donne abbiano in generale percorsi professionali più difficili degli uomini.

Viste però in una prospettiva storica (e questa è la chiave di lettura della mostra) le difficoltà delle donne di emergere sono state in altri tempi molto maggiori, tanto che alcuni dei nomi più visibili di quella stagione (Lee Miller, Dora Maar e Tina Modotti, ad esempio) hanno avuto bisogno di amanti e mentori famosi, per proporsi all’attenzione dei critici e del grande pubblico. E d’altra parte le autrici che la mostra propone, seppur in qualche caso meno note, mostrano come la fotografia al femminile si sia tenuta bene al passo col dibattito artistico che aveva intorno.

FrancescaWoodman

Invece (e qui mi rendo conto di addentrarmi in un campo molto più soggettivo), trovo estremamente difficile dimostrare che esista una differenza “semiotica” tra la foto al femminile e quella al maschile: in altre parole, che le donne producano fotografie riconoscibilmente diverse da quelle degli uomini.

Argomento scivoloso. Specialmente considerando che tutti i tentativi che mi sia capitato di vedere in questa direzione, partivano dalla conoscenza dell’autore o dell’autrice, e non facevano altro che reinterpretare le scelte fotografiche in modo da avvalorare questa tesi.
Del resto, potrei riconoscere a colpo sicuro la prosa scritta da una donna? Evidentemente, in qualche caso ciò è possibile, ci sono terreni su cui il genere propone fatalmente una visuale diversa, ma nella gran parte delle situazioni la differenza indotta dal genere viene sovrastata da altre connotazioni caratteriali e culturali.

Ma c’è di più. Trovo bizzarro porsi il problema di riconoscere “il femminile” in fotografia, proprio nel momento in cui prende sempre più corpo la tesi che tra “il maschile” ed “il femminile” esistano in realtà infinite sensibilità intermedie, tutte con uguale dignità, tutte assortite in modo individuale. E del resto, decenni di femminismo non mi pare abbiano chiarito granché le idee, al netto delle influenze e dei condizionamenti culturali, su cosa sia geneticamente maschile o femminile.

Meno che a quelli che partecipano al “Family Day”, ovviamente.

JuneBrowne

(poi, uno legge le etichette delle opere in mostra al Musée d’Orsay, e scopre che le autrici sono indicate con il loro cognome da sposate. e pensa a quanto è facile fare scivoloni, quando si parla di donne)

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§ 3 Responses to Chi ha paura delle donne fotografe?

  • Roberto says:

    Le foto (che ovviamente non provengono dalla mostra di Orsay) sono rispettivamente di Letizia Battaglia, Francesca Woodman e June Browne. Sono aperto al dibattito, in particolare se qualcuno riesce a vederci un comune denominatore “al femminile”.

  • unaltradonna says:

    argomento scivolosissimo…ma non ho capito se la mostra ti è piaciuta oppure no.

    Di “differenze genetiche” non parlerei mai, ma dato che la cultura è la nostra natura in quanto agisce già nella culla, non credo si possa ragionare “al netto delle differenze e dei condizionamenti culturali”.

    Sulla storia dei destini di genere, delle opportunità di vita così diverse fino a meno di un secolo fa, e sull’influenza di ciò sullo sguardo nel campo artistico (in questo caso della letteratura), si è ben espressa Annie Ernaux in un’intervista in cui le si chiedeva se esiste uno sguardo femminile sul mondo: “sì, ma voglio essere chiara. E’ uno sguardo determinato dall’essere dominate. La donna era una creatura di casa, con un’esperienza del mondo interiore. L’esterno era lontano, inaccessibile, non autorizzato.”
    Ecco, questa secolare familiarità con il mondo interiore (e dunque con gli stati d’animo) è una caratteristica che ritrovo molto spesso nelle autrici. Poi un Duane Michaels può sembrarci più vicino a Woodman di Letizia Battaglia, ma attenzione: Battaglia fotografa un omicidio ma ci mostra qui, soprattutto, il lutto delle donne. Il suo ritratto della vedova Schifani potrebbe averlo fatto un uomo? intanto lo ha fatto una donna…e saremmo parziali se non considerassimo l’ultima fase del lavoro di Battaglia, che per sua stessa ammissione non tollerando più di fotografare la violenza ha cambiato discorso, sovrapponendo alle fotografia di cronaca parti di altre fotografie più “liriche”.
    Naturalmente i condizionamenti culturali si intrecciano con i vissuti individuali: per cui, per fortuna, non esistono regole granitiche.

  • Roberto says:

    Bene, prendo la tua chiosa come un segno che siamo almeno in parte d’accordo.

    Per quanto riguarda la mostra – si, mi è piaciuta, ma si colloca molto più sul piano storico che su quello del linguaggio fotografico. Una raccolta esauriente e molto ben organizzata, comunque.

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