La paura del reale

September 13, 2015 § Leave a comment

Su queste pagine abbiamo spesso dedicato le nostre attenzioni a sottili questioni di linguaggio fotografico, alle metafore che ci sono dietro alle immagini, alle figure retoriche che le colorano.

Ogni tanto, però, non guasta rimettersi di fronte alla valenza oggettiva e documentativa di una fotografia.

A questo proposito, una delle querelle più ghiotte e surreali dell’estate è stata la pressione, da parte del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, per bloccare la mostra “Mostri a Venezia” di Gianni Berengo Gardin, che si sarebbe dovuta aprire a settembre a Palazzo Ducale, e che al momento invece è esposta a Villa Necchi Campiglio a Milano.
Berengo Gardin, che a Venezia non è nato ma ha vissuto a lungo, e che a Venezia ha dedicato alcuni lavori chiave della sua carriera, presenta ventisette foto in bianco e nero, di taglio molto oggettivo. Foto essenziali, senza orpelli né artifici, se non un certo uso delle focali lunghe per ricostruire la corretta proporzione tra le dimensioni abnormi e minacciose delle navi da crociera e quelle familiari ed intime della Venezia nota e meno nota.

Gianni-Berengo-Gardin-Mostri-a-Venezia-2013-courtesy-of-Fondazione-Forma-Milano-4

D’altra parte, Brugnaro è già balzato agli onori (si fa per dire) della cronaca per aver ripristinato senza troppi complimenti, a Venezia, l’indice dei libri proibiti, prendendo di mira nella fattispecie un certo numero di libri che avevano il torto di parlare di omosessualità ai bambini. Non fa meraviglia, quindi, che le sue ire si abbattano su un lavoro fotografico che rimette in discussione, con la semplice forza di un documento, questo incerto baricentro tra profitto e conservazione dell’ambiente e del patrimonio artistico: un discorso su Venezia, ma che diventa presto molto più generale.

D’accordo, il fotografo non è un cavaliere senza macchia e senza paura che combatte impugnando la sua reflex. Però, la cosa fa ugualmente una certa impressione. Specialmente nella percezione di questo pensiero unico dilagante, che rimuove ogni contraddittorio, ogni ostacolo sul suo cammino – fosse anche la realtà documentata.

(scusate se questo post parla di un caso in un certo senso quasi innocuo. a proposito di documenti, avrei voluto parlare del piccolo siriano Aylan e della foto che, tra infinite polemiche, ha fatto il giro della rete. avrei voluto chiedermi, e dentro di me l’ho fatto, se esista un confine oltre il quale un fotografo o un giornalista non si debbano spingere, se una causa per nobile che sia giustifichi l’immagine di un bimbo morto data in pasto ai media. ma non ho una risposta. quello che è certo, ancora una volta, è la forza della foto-documento. una forza condannata ad essere ostacolata in tutti i modi, quando fa davvero paura)

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