Diario

November 25, 2012 § 4 Comments

Sono incappato nelle foto di Anders Petersen qualche tempo fa, in modo completamente casuale, ed è stato come prendere un pugno nello stomaco. Petersen fotografa un’umanità faticosa e marginale, e la fotografa in modo ruvido, scuro ed un po’ opprimente – eppure lasciando di tanto in tanto la possibilità di un riscatto, di un sorriso estemporaneo.

Ieri sono andato a vedere la sua mostra “Rome, a diary 2012”, e a parte il piccolo numero di foto (e gli scarti? come saranno stati gli scarti, mi sono chiesto), ci ho ritrovato il suo stile e la sua consueta, provocatoria rappresentazione di una marginalità quasi antiestetica.

E’ un ritratto di Roma, questo? No, sono convinto di no. Del resto, il titolo parla di diary, ed è giusto così.
E’ dal rapporto tra soggetto e fotografo che escono le fotografie. E’ il fotografo che del reale seleziona solo quella parte che lo rappresenta: detto in maniera un po’ più estrema, è il fotografo che, in fondo, ritrae sempre se stesso.

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§ 4 Responses to Diario

  • animapunk says:

    è vera, questa cosa, non ci si pensa ma è così – attraverso la fotografia si ferma qualcosa che ci colpisce, che ci prende, che esprime magari qualcosa che abbiamo dentro, che vorremmo avere o essere, o che cerchiamo. o che temiamo. questa fotografia di donna è bellissima e molto intensa….

  • Roberto says:

    E infatti non ho resistito alla tentazione di metterla – è sempre fatta a Roma, ma appartiene a “Diary 2005”.

  • salvo saia says:

    “attraverso la fotografia si ferma qualcosa che ci colpisce………” Dice Animapunk. Non ci credo poi molto, sono invece certo che attraverso la fotografia noi “gridiamo” qualcosa. Ecco, non sono io che uso la fotografia per comunicare o esprimere qualcosa che ho dentro, ma é quella immagine, quella struttura della materia, quel vortice di luce, quella composizione di masse e di vuoti che mi afferra e mi costringe a starle davanti per farla mia e conservarla.

  • Roberto says:

    Benvenuto da queste parti. Tutto sommato mi pare che stiate dicendo la stessa cosa: quanto sia individuale l’operazione di selezionare ciò che mi interessa fotografare. “Mi costringe” è il risultato di un rapporto individuale tra fotografo e soggetto – portati nello stesso luogo, facciamo tutti foto diverse.

    Insomma, resto dell’opinione che l’attrazione visiva per qualcosa sia anche il risultato di ciò che il fotografo ha dentro. Che poi questo meccanismo sia più visibile e cosciente in alcuni fotografi piuttosto che in altri, mi sembra normale.

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