Ancora sul colore

March 10, 2012 § 4 Comments

Se è vero che il bianco e nero si pone in partenza come una metafora della realtà – togliere il colore dichiara l’intenzionalità di distaccarsi da una rappresentazione “obiettiva” del reale – incappo sempre più spesso in situazioni in cui questa ricerca di una metafora viene fatta invece proprio tramite il colore.

Ho visto qualche tempo fa una mostra del fotografo egiziano Youssef Nabil. Nabil ha riesumato una tecnica che risale agli albori della foto a colori: fotografa in bianco e nero, stampa su gelatina d’argento e colora le foto all’acquerello. Si potrebbe obiettare che questa non è una tecnica puramente fotografica, ma si tratta di sofismi. La realtà è che le foto di Nabil colpiscono l’occhio, la testa e la pancia, e dopo essere uscito dalla mostra sono rimasto mezza giornata a decidere cosa ne pensavo.

C’è un aspetto culturale, prima che percettivo: vedere foto colorate all’acquerello riporta l’occhio verso immagini antiche. Le vela (come molti dicono di Nabil) di nostalgia, ma le toglie anche dal contesto temporale. Se il bianco e nero spinge tradizionalmente verso l’interpretazione concettuale di una foto, questo colore forte e un po’ infantile ha l’aria di una incantata celebrazione d’altri tempi, o ancor più, senza tempo. E questo è tanto più vero quando i soggetti delle foto sono magari donne di spettacolo arabe, con la loro carica di sensualità e la lontananza dagli stereotipi estetici occidentali del momento.

Se di Nabil mi ha colpito questa operazione di usare il colore per “anticare” le sue foto, mi sono capitate ultimamente sotto gli occhi le elaborazioni fotografiche di Sanna Dullaway, giovane fotografa svedese, che pubblica su deviantart con il nickname di Mygrapefruit (“i miei pompelmi”? boh, meglio non indagare).
La specialità, se così si può dire, di Sanna Dullaway è rielaborare vecchie foto in bianco e nero per dar loro l’aspetto di foto a colori. I risultati di questa operazione (condotta senz’altro con grande abilità) sono sorprendenti, almeno dal punto di vista tecnico.

Eppure, anche se è chiaro che poi elaborazioni simili si vendono bene (Mygrapefruit le esegue anche su commissione, ad esempio per vecchie foto di famiglia), l’operazione di aggiungere questo colore mi lascia invece freddo e molto perplesso.
In un certo senso, è il percorso opposto: prendere una foto che ha tutta la forza, cronologica o concettuale, del bianco e nero, e farla diventare un’immagine che potrebbe essere uscita dalla compatta della zia per finire tra i ricordi di famiglia.

E se questo posso vagamente sopportarlo per il ritratto di Abraham Lincoln, vedere il generale Nguyen che giustizia a colori il vietcong per la strada, ecco, è un po’ come se quel colpo arrivasse alla testa a me.

(la foto originale di Eddie Adams, se non l’avete mai vista, sta qui)

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§ 4 Responses to Ancora sul colore

  • ilmiosguardo says:

    Non posso negare l’eleganza e la delicatezza usate da parte del fotografo egiziano nell’attribuire un colore a queste foto (non si può dire altrettanto per quelle della fotografa svedese) ma, senza nulla togliere alla capacità e alla professionalità di entrambi, credo che colorare foto d’epoca o di reportage “nate” in b/n sia quasi snaturarle.

    Parere e gusti personalissimi i miei, naturalmente. 🙂

  • Roberto says:

    Sono d’accordo, ma questo direi che è un problema che c’è solo nel secondo caso.
    Le foto di Nabil sarebbero sicuramente belle anche in bianco e nero, ma il colore è trattato in un modo che non le banalizza.
    Queste due foto che ho postato mi hanno colpito particolarmente, ma di belle ce n’erano molte.

  • unaltradonna says:

    è stato in mostra anche a Firenze ma me lo son fatto sfuggire…mi sembra un’operazione interessante, così come il risultato.

  • Roberto says:

    Pensa che la ho vista appunto in una delle mie trasferte di lavoro parigine. Mi sono infilato a scatola chiusa dentro alla Maison Européenne de la Photo, appena dopo essere passato davanti (e aver snobbato) la mostra gratuita di Doisneau all’Hotel de Ville – duecento metri di fila per entrare.

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