Tutti i colori del reportage

January 6, 2012 § 2 Comments

Ho passato il pomeriggio a vedere una mostra, questa mostra, di Steve McCurry, fotografo della Magnum e collaboratore fisso di National Geographic. McCurry ha vinto molti premi di fotogiornalismo, ma deve la sua notorietà presso il grande pubblico soprattutto alla famosissima foto di una ragazza afghana ritratta nel campo profughi di Peshawar.

Al di là di quello che è stato uno scatto particolarmente fortunato, il lavoro di McCurry come fotoreporter è stato comunque enorme: perennemente in viaggio, e preferibilmente in zone “calde”, di guerra, di povertà, di rivoluzioni. Un lavoro anche di lento, minuzioso inserimento nella realtà di culture diverse: “If you wait, people will forget your camera and the soul will drift up into view”, scrive McCurry sul suo sito. Qui mi tornano alla mente i miei infiniti tentativi di fotografare in modo incisivo durante i miei viaggi – e se per fotografare un bambino basta scherzarci un po’, entrare nella vita quotidiana di altre persone richiede tutto il tempo che serve per trasformare la macchina fotografica da arma in strumento.

Tanto di cappello, insomma. Eppure sono tornato a casa un po’ deluso.
Sicuramente mi ha disturbato l’allestimento, plastico e creativo, ma decisamente invadente per la vista. Ma c’è un motivo forse più importante.

E’ chiaro che i fotografi che lavorano per il grande pubblico, sia pure per quello più acculturato di NatGeo, sono soggetti alla necessità di piacere al pubblico stesso. Però trovo fraudolento ed imbarazzante farlo con effetti dozzinali come quello di esasperare la saturazione cromatica – e nelle foto di McCurry questo succede spessissimo, fino a limiti talvolta quasi ridicoli.

Non si sta parlando di aderire alla realtà oggettiva, questione su cui abbiamo spesso espresso dubbi su queste pagine. Si sta parlando di una educazione all’immagine che dovrebbe impedire questa piacioneria spicciola.
La saturazione esasperata in una foto di reportage è come la scena di sesso a tutti i costi in un film, come la parolaccia in una commedia. Al pubblico piace, ma da un fotografo di questo livello ci aspetteremmo scelte un po’ più coraggiose.

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§ 2 Responses to Tutti i colori del reportage

  • unaltradonna says:

    ne parlava anche Michele Smargiassi sul suo blog Fotocrazia, di questa cosa dei colori “speziati”. Io non sarei andata comunque, solo perché di vedere questa meravigliosa bambina afghana oramai non se ne può veramente più.

  • Roberto says:

    Ho letto e riletto Smargiassi e mi sembra si sia espresso molto diplomaticamente – molto più dei suoi commentatori.
    Credo che il punto di demarcazione sia la “professionalità” (mi scuso del vocabolo abusato), nel senso di “mestiere”, grande abilità tecnica, ma con la necessità di aderire ad una estetica di massa. Una specie di album di matrimonio un po’ in grande, ecco.
    Del resto, quante volte ci siamo ripetuti che le foto della Magnum, come quelle di NG, si assomigliano un po’ tutte?

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