Estetica e deontologia

March 28, 2020 § Leave a comment

GREECE. Lesbos. Mytilene. 2015.

Nella mia bolla fotografica si è discusso molto, nei giorni scorsi, di questo lavoro di Alex Majoli, dedicato alla pandemia da COVID-19. In particolare, si discuteva del confine tra “estetica” ed “estetizzazione”, dove nella seconda categoria andrebbe messo essenzialmente l’eccessivo compiacimento per gli abbellimenti estetici, siano essi esibizioni tecniche, vezzi compositivi o postproduzioni esagerate (e si direbbe che il lavoro di Majoli ricada a pieno titolo in quest’ultima categoria).

Sul sito di Magnum Photo, Majoli stesso spiega queste scelte stilistiche, sostenendo senza mezzi termini che, la vita essendo a tutti gli effetti un palcoscenico dove ognuno recita un certo personaggio, il fotografo è perfettamente legittimato a trattare ogni situazione, anche le più drammatiche, come un set dove ognuno, in fondo, posa per lui.

Ora, scusate, ma io resto sconcertato: non tanto per la citazione di Pirandello (che peraltro non è l'”ultimo grido” nel dibattito culturale attuale), ma per le implicazioni morali e deontologiche.

Sostiene Susan Sontag in On Photography che, in questo processo di rendere speciali le cose quotidiane e quotidiane le cose speciali, la fotografia è una specie di anestesia di massa: a forza di mostrarci situazioni drammatiche, desensibilizza il nostro occhio di fronte alla tragedia. E in questa operazione anestetica, cambia anche inevitabilmente la nostra capacità di reazione e, in ultima analisi, il nostro orizzonte etico.

Se questo era vero negli anni 70 di Sontag, oggi lo è più che mai: e la teatralizzazione di Majoli ne è l’ennesima conferma. Se il reporter ha il dovere (ma ce l’ha davvero, poi?) di documentare, qual è la giusta distanza dalle situazioni che si trova davanti? Se tutti consideriamo melodrammatiche le foto di Dorothea Lange, dobbiamo invece pensare che un qualsiasi dramma altro non sia che un set su cui esibire il nostro stile fotografico?

Ecco, magari si è già capito, ma io penso di no.

Resta infine la questione estetica: cosa dire di foto così pesantemente postprodotte, specie quando appaiono in un quadro di reportage? Quel che penso lo ho già scritto a suo tempo a proposito di Steve McCurry, e forse mi ripeterò. Questi virtuosismi di postproduzione fanno indubbiamente parte dell’odierno gusto estetico di massa, e quando si vive vendendo le proprie foto evidentemente si tende a inseguire questo gusto. I soldi non sono tutto nella vita, ma qualcosa sono: da qui a parlare di questa fotografia in termini di arte, però, ce ne passa.

(un’ultima cosa: vi prego, non scomodate Caravaggio. la luce di Caravaggio era profonda, scultorea, tridimensionale. niente a che vedere con questo impasto grigio)

Ipse dixit (8)

October 16, 2019 § 1 Comment

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“L’immagine artistica è di per sé espressione della speranza, grido della fede, e ciò è vero indipendentemente da cosa essa esprima, foss’anche la perdizione dell’uomo.
L’atto creativo è già di per sé una negazione della morte. Ne consegue che esso è intrinsecamente ottimista, anche se in ultima analisi l’artista è una figura tragica.
Per questo non possono esserci artisti ottimisti e artisti pessimisti.
Possono esserci solo il talento e la mediocrità.”

Andrej Tarkovskij

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Nei primi anni ottanta, Tarkovskij arriva in Italia da esiliato, e lavora al suo penultimo film, Nostalghia. Con una polaroid ricevuta in regalo (da Antonioni, pare) scatta molte foto, per lo più tra Roma e la Toscana, cercando tanto i luoghi adatti al film, quanto le atmosfere statiche, rarefatte e malinconiche che lo caratterizzeranno.
Qualche decina di queste stupende foto, insieme con i suoi appunti, andranno a confluire nel libro “Luce istantanea”, da cui è tratta questa citazione, e che ringrazio l’amico fotografo Fabio Moscatelli per avermi fatto conoscere.

(Trovate quasi tutte le foto in questione qui, mentre l’intero film Nostalghia è su YouTube, qui. E’ invece molto difficile trovare il libro, essendo esaurite tutte le edizioni. Se siete di Roma, potete averlo in prestito dalle Biblioteche Comunali)

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About your body

April 21, 2019 § 3 Comments

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Una amica artista e fotografa molto attiva, Vanessa Rusci, sta portando a Roma un workshop, da titolo appunto di “About your body“, dedicato al tema dell’autoritratto al femminile. Il tema mi sembrava degno di un approfondimento, ed ecco quindi una (breve) intervista a Vanessa su questo tema, che vuole essere anche una ulteriore riflessione sulla valenza individuale e collettiva dell’immagine, in particolare femminile.

*

Una breve presentazione di te e della tua attività artistica e fotografica.

Sono una giovane fotografa italiana che ha avuto la fortuna di stare molto anche all’estero, di studiare in una folle scuola come quella di Fabrizio Ferri a Milano, “L’università dell’Immagine” dove si studiavano i 5 sensi, il marketing, si assaggiavano cibi prima di fotografarli, si toccano materiali per ragionare sulle percezioni tattili, si faceva yoga e si inventavano profumi.

La ricerca artistica, la sperimentazione, la ricerca di un mio linguaggio sono sempre stati il fulcro del mio percorso fotografico.

Mi occupo di fotografia professionale per il marketing e di arte contemporanea, espongo regolarmente in molti paesi del mondo, le mie opere sono presso due gallerie europee e nei miei progetti mi interesso di tematiche femminili.

Nel 2005 ho inventato un metodo per insegnare fotografia, mirato a far emergere il proprio stile e la propria sensibilità, “Approccio alla fotografia attraverso i 5 sensi” sulla traccia della scuola creata nei primi anni del 2000 da Fabrizio Ferri. Un genio.

In questi siti un po di me e di ciò che ho fatto:

www.vanessarusci.com

www.vanessa-rusci-arte.com

 

Perché l’autoritratto?

Ho iniziato a lavorare con l’autoritratto all’inizio del mio percorso fotografico, in tempi lontani dai miei studi sulla percezione e sul “pregiudizio visivo”, e sull’impatto che ha nel nostro modo di “vedere” e di fare fotografia, registrando un cambiamento su come mi vedevo e su come mi sentivo, e mentre mi vedevo, cambiava anche il mio modo di guardare l’esterno. Questo sono convita abbia a che fare con la consapevolezza del “vedere”.

Nel 2014 ho iniziato a proporre il workshop e il mio progetto avendo così la possibilità di dimostrare sul campo che le mie tesi erano corrette e che la fotografia era un mezzo per conoscersi su molti piani (fisico, psicologico, percettivo) e che guardarsi con l’occhio “della macchina” portava nuove verità.

Può sembrare banale a chi si occupa di filosofia, di percezione e ottica, ma non lo è per tutti quelli che l’immagine la subiscono, la vivono come verità.

Durante i workshop, gli incontri nelle scuole e i progetti sociali ho sempre osservato come il rapporto tra la propria immagine e la fotografia, intesa come le immagini che ci vengono propinate, risulti molto falsato rispetto alla realtà. Crediamo molto alla fotografia, senza conoscerne le tecniche, crediamo alle sue false verità.

In molti dei miei lavori ho scoperto che l’autoritratto è sia uno strumento che aiuta in certe dinamiche personali che una conseguenza del mio percorso come artista visiva.

 

Spiegaci il meccanismo degli stage che tu proponi.

Do input sui quali riflettere, che portano le partecipanti a iniziare un percorso di conoscenza della propria immagine attraverso la fotografia: svelo i segreti della visione, della percezione e mostro le conclusioni alle quali sono arrivata partendo dall’immagine che si ha di se stessi.

Le donne che partecipano semplicemente si fotografano, provano a vedersi attraverso la macchina fotografica, sia vestite che nude, in uno spazio privato e a turno.

Accompagno queste azioni con una riflessione teorica sul concetto di bellezza nella storia, nella filosofia e di pregiudizi culturali e psicologici che falsano la nostra percezione.

Al di là di questo specifico workshop mi piace concepire la fotografia con lo studio, con la cultura e approfondendo concetti come la visione, la percezione, la capacità di esprimersi, la creatività.

La tecnica fotografica è alla base di una buona immagine ma sono convinta che senza una buona cultura, amore per la ricerca, curiosità e senza mettere in discussione le proprie convinzioni non si possa esprimere il proprio stile, le proprie idee e a fare fotografia. Ogni giorno vengono prodotte milioni di fotografie banali e tutte uguali: queste immagini si sedimentano nella nostra testa e creano un linguaggio piatto e abbastanza dannoso.

 

Ti sembra un obiettivo realistico quello di una corretta percezione della propria immagine?

L’obiettivo che voglio raggiungere non è avere una corretta percezione della propria immagine. Esiste una vera e propria immagine che sia obiettiva e reale? Io sono convinta di no. La fotografia è la somma di più fattori: basta pensare all’utilizzo di un obiettivo grandangolo e alle aberrazioni che produce.

Il fine del mio workshop è quello di rendere consapevoli le partecipanti di come funziona la percezione e di come il pregiudizio visivo, ovvero l’insieme delle nostre conoscenze, delle nostre credenze e del nostro bagaglio esperienziale, unito al nostro stato d’animo influenzi la percezione della nostra immagine interiore, il nostro modo di vedere e quindi di fare fotografia. E’ straordinario come ad esempio persone molto belle, che però non conoscevano le aberrazioni di un grandangolo continuassero a ripetermi che venivano male in foto, che non erano fotogeniche che non si piacevano.

Il mio workshop “usa” la fotografia. La usa come strumento per raggiungere un fine: dare alle persone uno strumento di riflessione e di far produrre fotografie. Accade a volte che soprattutto le fotografe professioniste realizzino progetti molto interessanti. Infatti sto pensando di realizzare una mostra con alcune di loro.

 

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E come descriveresti, in poche parole, lo scollamento tra questa percezione e l’immagine della donna che i media ci propongono?

Da molti anni studio e faccio ricerca sul plagio mediatico. I media hanno una grande responsabilità su ciò che pensiamo, crediamo e sulla nostra cultura. Ho scritto responsabilità e non influenza, perché la comunicazione degli ultimi 30 anni in Italia ha prodotto un pensiero collettivo non costruttivo, positivo, rassicurante ma critico eccessivo, controllante e castrante. I media sono frutto della società in cui nascono e così i loro messaggi.

Insieme ai media la responsabilità è anche nostra perchè abbiamo permesso a certi messaggi di catturarci, di ipnotizzarci, per comodità e superficialità. Un po come succede a Pinocchio con le promesse del Paese degli asinelli. Per certe donne, ad esempio, la percezione dell’immagine di se e la sofferenza che ne deriva, è influenzata da fattori come il contesto sociale e culturale.

 

Questa linea di lavoro, se non capisco male, muove anche dalla tua storia. Cosa c’è di personale?

Moltissimo e per varie ragioni ed esperienze, alcune positive, altre negative.

Come detto sopra ho realizzato lavori sui disturbi alimentari, sulla violenza sulle donne, sulle tematiche della sofferenza femminile: tutte situazioni dove registravo quanto la sofferenza era collegata all’immagine interiore che la donna ha di sé.

Per superare un momento molto difficile della mia vita ho applicato su me stessa le tecniche di About your body: ho iniziato quasi due anni fa e ho continuato la mia ricerca spaziando in tantissimi campi della vita femminile. In più da anni sono a contatto, come fotografa, con psicologi, psicodrammatisti, analisti che mi hanno dato molte risposte nuove sul tema dell’immagine. Tutto questo ha contribuito a migliorare la percezione che avevo di me stessa: uso sia l’autoritratto che il selfie perché raccontano qualcosa di me che la mente spesso tende a mascherare.

Il mio workshop non è fototerapia o un gruppo di auto aiuto: non do interpretazioni o soluzioni a eventuali stati di malessere ma suggerisco la fotografia come strumento di ricerca personale, per comprendere come si vede e come si percepisce la realtà. Facciamo fotografia, scattiamo selfie e autoritratti. Una sezione per esempio è dedicata alle tecniche e alle grandi fotografe.

 

Pensi che, magari meno vistoso, esista uno scollamento simile anche con l’immagine mediatica dell’uomo?

Assolutamente si. Questo workshop non ammette uomini. Mettere insieme uomini e donne da il via a dinamiche che ostacolano la spontaneità: il nudo ci pone ancora di fronte a tanti tabù e blocchi.

 

Muovendosi nello spazio del “selfie”, e quindi richiamandosi in qualche modo alla foto “social”, qual è il tuo giudizio su questo mondo?

Io amo i Social Network, li uso da sempre, sia come strumento per fare arte e ricerca, sia come spazio per condividere il mio lavoro. In Italia ancora non li sappiamo usare, li temiamo e li attacchiamo perché rappresentano uno strumento estremamente democratico, che ci impone un confronto e ci mette di fronte a situazioni scomode. E’ uno strumento neutro: dipende da come lo si usa e per quale scopo.

 

Quanta spazzatura e quante cose interessanti si vedono?

Un po’ di tutto. Sta a noi avere senso critico, scegliere e partecipare all’inserimento di contenuti interessanti, senza lasciare spazio alla critica. Viviamo con l’illusione che un contenitore umano possa essere al 100% interessante.

 

Quanto conformismo?

Tutto quello che c’è nella nostra società.

 

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(Le immagini nel testo sono opere di Vanessa Rusci. E questa, invece, è un ritratto di Vanessa – scattato da me)

 

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Calvino e le strade già percorse

January 10, 2019 § Leave a comment

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Basta che cominciate a dire di qualcosa: ‘Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!’ e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia.

Italo Calvino fa presentare così, nel racconto “L’avventura di un fotografo”, scritto verso la fine degli anni ’50, il protagonista Antonino Paraggi. Le parole sono prese da un articolo dello stesso Calvino, “La follia del mirino”, apparso nel ’55 sulla rivista “Il contemporaneo”, e molto polemico verso i fotografi della domenica.

Da questa partenza, si immagina subito come Antonino sia il pedante alter ego di Calvino stesso, e nel corso del racconto il suo filosofare sulla fotografia si intreccerà con una incompiuta storia d’amore con una sua modella, Bice, conosciuta in una uscita tra amici.

Cosa vi spinge, ragazze, a prelevare dalla mobile continuità della vostra giornata queste fette temporali dello spessore d’un secondo? […] Il gusto della foto spontanea naturale colta dal vivo uccide la spontaneità, allontana il presente. La realtà fotografata assume subito un carattere nostalgico, di gioia fuggita sull’ala del tempo, un carattere commemorativo, anche se è una foto dell’altro ieri. E la vita che vivete per fotografarla è già in partenza commemorazione di se stessa. Credere più vera l’istantanea che il ritratto in posa è un pregiudizio…

Antonino inizia quindi la sua esperienza fotografica dal ritratto in studio.

C’erano molte fotografie di Bice possibili e molte Bice impossibili a fotografare, ma quello che lui cercava era la fotografia unica che contenesse le une e le altre. – Non ti prendo, – la sua voce usciva soffocata e lamentosa da sotto alla cappa nera, – non ti prendo più, non riesco a prenderti. Si liberò dal drappo e si rialzò. Stava sbagliando tutto da principio. Quell’espressione quell’accento quel segreto che gli sembrava d’esser lì lì per cogliere sul viso di lei era qualcosa che lo trascinava nelle sabbie mobili degli stati d’animo, degli umori, della psicologia: era anche lui uno di quelli che inseguono la vita che sfugge, un cacciatore dell’inafferrabile, come gli scattatori d’istantanee.

Scattando e cercando di afferrare “l’essenza” di Bice, Antonino se ne innamora e sprofonda in una vera e propria ossessione fotografica.

Antonino continuava a scattare istantanee di lei che si districava dal sonno, di lei che si adirava con lui, di lei che cercava inutilmente di ritrovare il sonno affondando il viso nel cuscino, di lei che si riconciliava, di lei che riconosceva come atti d’amore queste violenze fotografiche.

E quando Bice lo abbandona, Antonino lascia andare in malora la sua casa, fotografandone ogni angolo, e soprattutto ogni fotografia, stracciata, tagliuzzata, mischiata ad altre immagini.

Esaurite tutte le possibilità, nel momento in cui il cerchio si chiudeva su se stesso, Antonino capì che fotografare fotografie era la sola via che gli restava, anzi la vera via che lui aveva oscuramente cercato fino allora.

Dopo aver attraversato molte questioni centrali nel dibattito sulla fotografia, il non-fotografo Calvino approda all’epilogo più estremo, che naturalmente vuole estendere ad ogni attività artistica dell’animo umano: molto è stato raccontato, forse tutto, e a noi non resta che ripercorrere i passi di qualcun altro, con la sola speranza, o scusante, di farlo a modo nostro.
Del resto, un quarto di secolo dopo, Calvino lo avrebbe scritto ancora più esplicitamente nella ultima e incompiuta delle sue Lezioni Americane:

Forse per la prima volta al mondo c’è un autore che racconta l’esaurirsi di tutte le storie. Ma per esaurite che siano, per poco che sia rimasto da raccontare, si continua a raccontare ancora.

.

(E all’inizio degli anni ’80, il regista Francesco Maselli fece di questa storia un lungometraggio – e anche se lo stile è inequivocabilmente datato, vale comunque la pena di guardarlo. il pdf del racconto, invece, lo trovate qui)

Ipse dixit (7)

October 31, 2018 § Leave a comment

“Non esistono gli uomini e le donne, esistono solo gli esseri umani”
(Lisetta Carmi)

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(Qualche giorno fa ho visto questa mostra, dedicata ad una fotografa, Lisetta Carmi, di cui sapevo davvero troppo poco. Vita di borghese ribelle, pianista, fotografa per non più di vent’anni, ma creatrice di lavori fotografici di grande impatto, come quello sui travestiti da cui proviene questa immagine. Una riflessione sulle questioni di genere che appare niente affatto scontata anche oggi, ma che negli anni ’60 era del tutto dirompente – anche all’interno della sinistra.

E al di là della bellezza e profondità delle foto, si esce dalla mostra con una triste sensazione: quella che la straordinaria libertà intellettuale di quegli anni, oggi, non la possediamo più.)

 

Chi ha paura delle donne fotografe?

February 21, 2016 § 3 Comments

 

LetiziaBattaglia

Qualche settimana fa ho visto questa mostra, dedicata al contributo delle fotografe di sesso femminile alla fotografia e al dibattito artistico della prima metà del XX secolo. L’argomento della fotografia al femminile, negli ultimi tempi, ha ricevuto molta attenzione, come dimostrano varie mostre ed iniziative (questa e questa, ad esempio) in giro per l’Europa.

“Chi ha paura delle donne fotografe?” Intanto, per gli estimatori/le estimatrici del linguaggio sessuato, va notato che “photographe” vuol dire in francese sia “fotografo” che “fotografa”. Chi mi conosce sa quanto mi infastidisca cercare discriminazioni di genere dove non ne veda di particolari: non mi sembra, per essere chiari e parlando al presente indicativo, che le donne fotografe abbiano la strada più difficile dei loro colleghi maschi – quanto meno, non più di quanto le donne abbiano in generale percorsi professionali più difficili degli uomini.

Viste però in una prospettiva storica (e questa è la chiave di lettura della mostra) le difficoltà delle donne di emergere sono state in altri tempi molto maggiori, tanto che alcuni dei nomi più visibili di quella stagione (Lee Miller, Dora Maar e Tina Modotti, ad esempio) hanno avuto bisogno di amanti e mentori famosi, per proporsi all’attenzione dei critici e del grande pubblico. E d’altra parte le autrici che la mostra propone, seppur in qualche caso meno note, mostrano come la fotografia al femminile si sia tenuta bene al passo col dibattito artistico che aveva intorno.

FrancescaWoodman

Invece (e qui mi rendo conto di addentrarmi in un campo molto più soggettivo), trovo estremamente difficile dimostrare che esista una differenza “semiotica” tra la foto al femminile e quella al maschile: in altre parole, che le donne producano fotografie riconoscibilmente diverse da quelle degli uomini.

Argomento scivoloso. Specialmente considerando che tutti i tentativi che mi sia capitato di vedere in questa direzione, partivano dalla conoscenza dell’autore o dell’autrice, e non facevano altro che reinterpretare le scelte fotografiche in modo da avvalorare questa tesi.
Del resto, potrei riconoscere a colpo sicuro la prosa scritta da una donna? Evidentemente, in qualche caso ciò è possibile, ci sono terreni su cui il genere propone fatalmente una visuale diversa, ma nella gran parte delle situazioni la differenza indotta dal genere viene sovrastata da altre connotazioni caratteriali e culturali.

Ma c’è di più. Trovo bizzarro porsi il problema di riconoscere “il femminile” in fotografia, proprio nel momento in cui prende sempre più corpo la tesi che tra “il maschile” ed “il femminile” esistano in realtà infinite sensibilità intermedie, tutte con uguale dignità, tutte assortite in modo individuale. E del resto, decenni di femminismo non mi pare abbiano chiarito granché le idee, al netto delle influenze e dei condizionamenti culturali, su cosa sia geneticamente maschile o femminile.

Meno che a quelli che partecipano al “Family Day”, ovviamente.

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(poi, uno legge le etichette delle opere in mostra al Musée d’Orsay, e scopre che le autrici sono indicate con il loro cognome da sposate. e pensa a quanto è facile fare scivoloni, quando si parla di donne)

La paura del reale

September 13, 2015 § Leave a comment

Su queste pagine abbiamo spesso dedicato le nostre attenzioni a sottili questioni di linguaggio fotografico, alle metafore che ci sono dietro alle immagini, alle figure retoriche che le colorano.

Ogni tanto, però, non guasta rimettersi di fronte alla valenza oggettiva e documentativa di una fotografia.

A questo proposito, una delle querelle più ghiotte e surreali dell’estate è stata la pressione, da parte del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, per bloccare la mostra “Mostri a Venezia” di Gianni Berengo Gardin, che si sarebbe dovuta aprire a settembre a Palazzo Ducale, e che al momento invece è esposta a Villa Necchi Campiglio a Milano.
Berengo Gardin, che a Venezia non è nato ma ha vissuto a lungo, e che a Venezia ha dedicato alcuni lavori chiave della sua carriera, presenta ventisette foto in bianco e nero, di taglio molto oggettivo. Foto essenziali, senza orpelli né artifici, se non un certo uso delle focali lunghe per ricostruire la corretta proporzione tra le dimensioni abnormi e minacciose delle navi da crociera e quelle familiari ed intime della Venezia nota e meno nota.

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D’altra parte, Brugnaro è già balzato agli onori (si fa per dire) della cronaca per aver ripristinato senza troppi complimenti, a Venezia, l’indice dei libri proibiti, prendendo di mira nella fattispecie un certo numero di libri che avevano il torto di parlare di omosessualità ai bambini. Non fa meraviglia, quindi, che le sue ire si abbattano su un lavoro fotografico che rimette in discussione, con la semplice forza di un documento, questo incerto baricentro tra profitto e conservazione dell’ambiente e del patrimonio artistico: un discorso su Venezia, ma che diventa presto molto più generale.

D’accordo, il fotografo non è un cavaliere senza macchia e senza paura che combatte impugnando la sua reflex. Però, la cosa fa ugualmente una certa impressione. Specialmente nella percezione di questo pensiero unico dilagante, che rimuove ogni contraddittorio, ogni ostacolo sul suo cammino – fosse anche la realtà documentata.

(scusate se questo post parla di un caso in un certo senso quasi innocuo. a proposito di documenti, avrei voluto parlare del piccolo siriano Aylan e della foto che, tra infinite polemiche, ha fatto il giro della rete. avrei voluto chiedermi, e dentro di me l’ho fatto, se esista un confine oltre il quale un fotografo o un giornalista non si debbano spingere, se una causa per nobile che sia giustifichi l’immagine di un bimbo morto data in pasto ai media. ma non ho una risposta. quello che è certo, ancora una volta, è la forza della foto-documento. una forza condannata ad essere ostacolata in tutti i modi, quando fa davvero paura)

Qualcosa di troppo personale

May 16, 2015 § 2 Comments

Questo è il gomito, ahimè piuttosto malconcio, del vostro blogmaster, radiografato qualche settimana fa. Tra varie vicissitudini, il braccio è al collo da un mese e mezzo, ed il morale sotto la suola delle scarpe.

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Se siete ortopedici, questa immagine vi dice qualcosa. Altrimenti, vi dirà probabilmente molto poco.
In tutti i casi, non renderà conto delle sensazioni che passano nella testa del proprietario del gomito: solo per lui questa foto significa qualcosa di speciale.

Questo per dire che uno dei peggiori errori che un fotografo possa fare, è di far rappresentare il suo pensiero da una immagine troppo personale.

(proviamo a buttarla a ridere. passerà anche questa)

Metonimia

April 10, 2015 § Leave a comment

METONIMIA – Evocare un’idea citando al suo posto un concetto a essa relativo; se si tratta di paragoni quantificativi la metonimia prende il nome di sineddoche; può avvenire nei seguenti casi:

  • il contenente per il contenuto (bottiglia per vino; bere un bicchiere d’acqua, cioè bere (un bicchiere ripieno d’acqua));
  • l’astratto per il concreto o viceversa (il prezzo della fama, avere orecchio);
  • la causa per l’effetto o viceversa (guarire da una caduta, bagnare il letto);
  • la materia per l’oggetto (legno per croce, bronzo per statua);
  • l’autore per l’opera (leggere Omero al posto di leggere l’Iliade; possedere un Picasso al posto di possedere un quadro di Picasso);
  • il luogo per l’oggetto o istituzione (Via XX Settembre per indicare il Ministero dell’Economia);
  • la parte del corpo per la persona (Lingua mortal non dice / quel ch’io sentiva in seno (Leopardi, A Silvia, 26-27)).

(Wikipedia)

Elizabeth

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Mi è passata sotto gli occhi qualche giorno fa una sineddoche fotografica molto famosa dovuta ad André Kertesz. Dell’autoscatto Elizabeth and I esistono varie versioni, ma nell’ultima e più famosa la presenza di André è evocata dalla sola mano, che stringe teneramente la spalla di Elizabeth. Si, perché Kertesz e la moglie passarono tutta la vita insieme. Roba d’altri tempi: correva l’anno 1931.

(e voglio vedere chi ha il coraggio di chiamarlo “un selfie”)

O tempora o mores

February 2, 2015 § 2 Comments

Mi è capitato recentemente sotto gli occhi un articolo che, nel modo un po’ generalista della stampa non specializzata, pone varie questioni sulla fotografia digitale, il reportage, i selfie, i social network.

Troppe cose insieme.

Per scuola di pensiero, non ho l’abitudine di stracciarmi le vesti quando il mondo della cultura sembra sterzare in una direzione diversa da quella seguita fin lì – è semplicemente fisiologico, guai se non fosse così. Ci sono però varie questioni che vale la pena di approfondire.

E’ evidente che la democratizzazione del mezzo fotografico seguita alla digitalizzazione ha reso la fotografia un medium alla portata di tutti […] tuttavia questo non vuol dire che siano aumentati con la stessa progressione professionisti e artisti

Resto colpito da tanta profondità. C’è da sempre, da parte dei professionisti, una certa insofferenza verso la democratizzazione, che rende meno di élite il loro lavoro. In realtà, la fotografia di massa, quella per così dire “social”, vive su un piano radicalmente diverso, che si basa su mezzi tecnici minimali e non rivendica pretese comunicative di grande respiro. Continua Jacona:

Uno tsunami di immagini che “di fatto abbassa di molto il livello medio della qualità, riduce le aspettative del pubblico e soprattutto sommerge il lavoro di chi ha veramente qualcosa da dire, rendendone molto più complicata l’emersione e il riconoscimento da parte di critica e pubblico”

Ma andiamo, davvero cercate talenti emergenti su facebook o instagram? Di fotografi che hanno qualcosa da dire ce ne sono tanti, e non mi pare che il mondo del professionismo fotografico faccia granché per farli emergere – e non per eccesso di immagini.

“E’ l’era della snapshot photography, degli scatti eseguiti in modo casuale e imperfetto: semplificando al massimo, oggi tutti fanno foto senza bisogno di essere fotografi, senza costi per le attrezzature, di sviluppo o di stampa. Senza troppe pretese, ma con implacabile determinazione a condividere tutto o quasi online.”

A Jacona potrà sembrare strano, ma è sempre successo che le foto non fossero fatte solo dai fotografi. Chi ha più di vent’anni deve ben ricordare quei tristi, piccoli album di plastica, formato 10×15, che i laboratori davano con le stampe. Per molti, quelle restavano le uniche stampe possibili o conosciute per le loro foto: qualcuno buttava perfino i negativi quando aveva tra le mani i 10×15.
Ecco, quelle foto delle vacanze, della festa di compleanno, della recita scolastica, non le vedo troppo distanti da quelle che vedo postare su Facebook da tanti amici. Quelle foto non sono Fotografia molto più di quanto siano Letteratura i tweet di Matteo Renzi.

Diversa è la questione della stampa. Qui sì, c’è una differenza: con la pubblicazione online delle immagini, è vero che il peso assoluto della stampa come destinazione finale delle foto è molto diminuito. E, complice il basso costo di un singolo scatto e della sua pubblicazione online, la rete ci mette effettivamente di fronte miriadi di immagini insignificanti (cioè, per la verità la rete ci mette di fronte più in generale miriadi di banalità, le foto sono solo una sfaccettatura tra le tante).

E’ cambiato quindi (in parte) il supporto fisico di fruizione dei contenuti. Certo, è come se quegli album di 10×15 ci fossero stati scaricati addosso tutti insieme, ma la verità è che nessuno usa veramente la rete come un mare in cui navigare senza meta: ognuno di noi ha i suoi punti di riferimento, senza i quali tutta questa bulimia comunicativa porta solo a perdersi in una nebbia indistinta.

Ma attenzione: fare cultura, fotografica o no, significa anche guardarsi attentamente intorno. Un mezzo nuovo modifica il linguaggio. Tecniche nuove non rappresentano in sé nuovi contenuti, ma spesso forniscono un nuovo quadro in cui esprimerli. E questo chi lavora nella cultura lo deve avere ben presente.

Se una macchina fotografica che ti porti sempre dietro nel telefono, o una rete su cui puoi pubblicare contenuti a costo zero, sono solo mezzi e non contenuti, è anche vero che il ruolo di chi produce cultura è di utilizzare al meglio i mezzi che ha a disposizione, quelli già noti e quelli ancora da esplorare.

Ed è piuttosto di questo, che dovremmo parlare.

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(E poi, certo, la spazzatura non manca, ed esporla con tanto orgoglio mi sembra un segno dei tempi. Eppure, questa presenza pervasiva dell’obiettivo esercita su di me un’attrazione irresistibile)