Corpi reali

September 25th, 2011 § 9 Comments

La gran parte dell’immagine di nudo (specialmente femminile) ci arriva oggi addosso in forma simil-pubblicitaria, sovraccarica di aspettative di perfezione ed associazioni di idee sopra le righe, sovraccarica di Photoshop e silicone. Mi è capitato però ultimamente, quasi come una disintossicazione, di seguire da vicino la preparazione di una mostra di nudi da parte del mio amico Vittorio Polidori, pittore di un certo nome.

Pose morbide, corpi reali. Ombre profonde ma mai taglienti. Un colore un po’ velato, che senza freddare l’incarnato ne spegne però ogni velleità erotica.
Un tratto realistico, ma che in un qualche punto del percorso che porta l’immagine ai nostri occhi, la ha depurata di tutti gli eccessi.

In un momento in cui l’immagine (pittorica o fotografica) del nudo femminile è diventata un terreno tanto scivoloso, tutto questo è una boccata di garbato realismo. Un realismo, nonostante la trasfigurazione pittorica, infinitamente più profondo di quello di tanta fotografia attuale, che utilizza la sua equivoca oggettività nei modi più spregiudicati.

(Il dipinto sopra è di Vittorio Polidori. la foto sotto, altrettanto bella e delicata, di Edward Weston)

Ossimoro

August 31st, 2011 § 2 Comments

L’ossimoro [...] è una figura retorica che consiste nell’accostamento di due termini in forte antitesi tra loro. A differenza della figura retorica dell’antitesi, i due termini sono spesso incompatibili e uno di essi ha sempre una funzione determinante nei confronti dell’altro (come avviene tra sostantivo e aggettivo, soggetto e predicato, verbo e avverbio).
(Wikipedia)

(lo ammetto, trovo l’immagine abbastanza feticista, ma anche molto ben congegnata)

Codici e sessismo

July 15th, 2011 § 6 Comments

Nelle pieghe di un periodo di lavoro micidiale, mi viene voglia di fare qualche considerazione su due casi di cui negli ultimi (si fa per dire) tempi si è parlato molto. Forse anche troppo: ma per l’occasione lasciate dire qualcosa anche a me.

Uno è legato ad una pubblicità della festa del Partito Democratico: il manifesto incriminato è questo.

Una trovata non particolarmente originale, intendiamoci. La citazione di The seven year itch appare un po’ sovradimensionata, ma nell’insieme si resta sconcertati che questa immagine possa aver scatenato il vespaio che ha scatenato. Trovate vari contributi alla polemica che ne è seguita qui, qui, e qui, e volano, per così dire, parole grosse: sessismo è quella che la fa da padrona.

Il secondo caso è stato la scelta di Vogue Italia di far posare in un servizio, e di portare in copertina, un gruppo di modelle di taglia cospicua, diciamo sulla 46-48 per capirci. Niente a che vedere con le ragazze della porta accanto: donne molto belle, modelle professioniste ma di taglia non conforme agli standard di una rivista di moda, oltretutto in vista come Vogue. Il servizio, peraltro, conteneva immagini di un erotismo sì patinato, ma sicuramente più esplicito del solito per una rivista del genere.

Leggendo i commenti che ne sono seguiti sul sito di Vogue, si resta di nuovo abbastanza sconcertati: si va dal rifiuto totale verso un cambio di punto di vista (o anche solo di taglia), al giudizio di volgarità verso le foto, al giudizio di “ciccione” verso le modelle – ma ci sono anche molti apprezzamenti, a dire il vero. E tra i commenti che sono girati sul web (qui per esempio) non è mancato, né poteva mancare, il verdetto di sessismo.

Ora, queste immagini hanno storie diverse, ma c’è un argomento che vale in entrambi i casi. Quanto è consentito uscire dai codici comunicativi per una immagine destinata alla comunicazione di massa?

Paradossalmente (ma non troppo), tra i due casi quello che esce di più dai binari usuali è il servizio di Vogue. Ad una rivista di moda non è consentito saltare fuori di certe dinamiche tanto facilmente, e per questo la scelta di Vogue Italia è piuttosto coraggiosa, e il dibattito che ne è seguito lo prova. Però, una rivista lavora su una tipologia di comunicazione abbastanza mediata, si sfoglia, si legge, c’è il tempo di digerire le novità – cosa impossibile in un manifesto che si guarda una frazione di secondo per la strada.

Per questo, del manifesto del PD si può senz’altro dire che sia banale, piacione, autoindulgente, ma non fa altro (né può far altro) che attivare un meccanismo di comunicazione codificato. Questo meccanismo risente di una asimmetria di genere storica, e tuttavia non punta in modo centrale su questa asimmetria, che resta lontanissima dagli eccessi a cui il nostro sguardo collettivo sembra essersi assuefatto. Ed infatti a prima vista (e, per quanto mi riguarda, anche alla seconda) si percepisce a malapena.

E poi, alla fine, penso che ci sia una misura nel giudicare le cose. Non amo questo cerebrale gioco di società di scovare il sessismo a tutti i costi, è un gioco perfino troppo facile da fare su quel terreno, come è l’immagine, in cui niente è mai scritto in modo inequivocabile.
E a dirla tutta, non amo neanche questo settarismo ideologico, questo dibattito forsennatamente autodistruttivo che pervade la sinistra italiana, in cui l’avversario preferito è sempre quello che la pensa quasi come te, perché allora sì che si possono fare le distinzioni ideologiche più sottili, e vuoi mettere. Quella vena suicida che da tempo ormai immemorabile tiene in stallo ogni possibilità di essere socialmente incisivi.

Perché non c’è mai un compromesso accettabile dal quale iniziare a cambiare.

Ibernazione

June 13th, 2011 § 3 Comments

Il paesaggio che siamo abituati a vederci davanti è qualcosa dentro a cui l’occhio scava la sua tana. Le cose assumono una configurazione abituale, per certi versi confortante, ma che a lungo andare ci impedisce di valutarle nella loro specificità.

E’ allora necessario che l’occhio riprenda l’attività di esplorazione del reale, che ricominci a scavare per riportare alla luce le cose. Loro sono lì, sotto i nostri occhi, ma può essere necessario uno sforzo per tornare a vederle.

Tutto questo per dire che mi sono accorto di colpo di avere ancora un rullo di Ilford FP4 in qualche angolo del frigorifero.

Mappe

June 9th, 2011 § 2 Comments

Nella Roma antica la mappa era un panno di lino usato come tovagliolo sulle tavole patrizie. Gli antichi agronomi chiamarono mappe (perché eseguite spesso su tela) ogni rappresentazione grafica di una zona di terreno riprodotta in scala: di qui l’uso moderno della parola. Per un luogo, complici i topografi, è possibile tracciare una mappa che ci possa aiutare nel caso ci perdessimo.

Ma per un amore?

Può esistere una mappa per gli amanti che si perdono o che si sono persi? e chi sarebbe in grado di tracciarla?

Ognuno di noi ha (da qualche parte, ma non chiedetemi dove) una propria mappa che all’occorrenza utilizza. Per alcuni è la rete di amicizie, per altri le canzoni, altri ancora serbano poesie come mappe per ritrovare, anche se non l’amato bene, almeno se stessi. Ci vorrebbe un catalogo di tutte le mappe per trovare all’occorrenza quella che ci serve. Ci vorrebbe un amico diceva quello.

Ci vorrebbe, io aggiungerei, un castello da espugnare, un drago da vincere che però non sia dentro di noi.

Le bugie hanno le gambe lunghe

May 25th, 2011 § 2 Comments

 

 

La bugia è un’asserzione coscientemente contraria alla verità:  l’avverbio “coscientemente”  introduce l’elemento cardine,  la volontà di ingannare.

L’archetipo del bugiardo, nella cultura occidentale, è Ulisse: già dopo pochi canti, nell’Odissea,  è definito polymechanos, mentitore, perché capace di inventare espedienti, perchè egli è un eroe della sopravvivenza: in una parola, quindi, bugiardo.

Secondo la cosmogonia greca Ulisse discende da Ermes: questo dio è l’inventore del discorso, dell’argomentazione. Sempre secondo la tradizione le sue parole erano insieme vere e false e il divino e l’umano si confondevano in esse, maestro del  linguaggio velato  che sottintende un doppio significato.

Tale opposizione causò una alterna fortuna ad  Ulisse, le sue “virtù” divennero difetti, il coraggio diventò volontà sprezzante, l’intelligenza divenne astuzia.
 
Non è una bugia che adesso vorrei, per essere un pò felice, la mia vecchia moto e molto molto tempo libero. 

Anche la fotografia è bugia, o perlomeno non è verità.

Non chiunque dice il falso mente (S.Agostino).

Meditiamo.

Un corsaro

May 20th, 2011 § 5 Comments

 

Poesia, romanzo, cinema, teatro, canzoni, articoli e saggi sono le forme espressive che Pier Paolo Pasolini ha usato per raccontare il senso di morte di un intellettuale, di una società di una cultura. Queste “forme’ hanno narrato le istanze pre-borghesi , mistiche, primitive, mitiche e umanissime di un mondo proto-metropolitano, lo scontro e la morte dello stesso contro l’incultura industriale della società dei consumi. Un messaggio sostanzialmente unitario, testimone del passaggio epocale dell’Italia, a partire dagli anni 50, da una millenaria civiltà contadina ad una società laica e profanatrice di ogni sacralità.

L’arco della speculazione di Pasolini si può arbitrariamente dividere in tre passaggi fondamentali:

- la scoperta del sottoproletariato urbano romano (Accattone, Mamma Roma, La ricotta, Una vita violenta, Ragazzi di vita);

 - la testimonianza del superamento di quel mondo con l’acculturazione borghese, la mutazione antropologica e la sua “nostalgia” per i valori innocenti e “barbari” che non hanno più cittadinanza nella società massificata (Uccellacci e uccellini, La trilogia della vita, Porcile, il Pasolini polemista di “Scritti corsari” e “Lettere luterane”, Medea, Edipo re);

 - il grido di morte di fronte all’avvenuto genocidio dei valori ed alla coscienza dell’irreversibilità del processo di omologazione al consumo di merci che diventa valore “di per sé” (Salò).

E poi Ostia come luogo preferito (vedi il suo film Ostia) per le sue scorribande erotiche e mentali; e come luogo della sua morte.

Insomma: non sono TUTTI spunti ai quali applicare la “forma” espressiva della fotografia?

Il punto di equilibrio

May 7th, 2011 § 6 Comments

…”fotografia d’autore” significava che nei confronti del mondo, della realtà – ritratto, natura morta, qualsiasi oggetto o paesaggio gli si presentasse sotto gli occhi – il fotografo si poneva in maniera pesantemente codificata. Aveva una specie di marchio personale, un modo di vedere che imprimeva sul mondo esterno trasformandolo e riconducendolo all’interno delle sue coordinate estetiche.
Io invece credevo – e credo ancora – in una differente intenzionalità, che vorrei appunto proporre all’interno di questo corso: consiste nel guardare alla fotografia come ad un modo di relazionarsi col mondo, nel quale il segno di chi fa fotografia, quindi la sua storia personale, il suo rapporto con l’esistente, è sì molto forte, ma deve orientarsi, attraverso un lavoro sottile, quasi alchemico, all’individuazione di un punto di equilibrio tra la nostra interiorità – il mio interno di fotografo-persona – e ciò che sta all’esterno, che vive al di fuori di noi, che continua ad esistere senza di noi e continuerà ad esistere anche quando avremo finito di fare fotografia. (Luigi Ghirri, “Lezioni di fotografia”)

Naturalmente, non tutti la pensano così. Eppure, il rispettoso, tenero realismo delle foto di Ghirri, la loro pacatezza, me le rendono affascinanti. Con il passare degli anni, mi accorgo di usare sempre più le focali medie: come dire, di essere sempre meno interessato ad operazioni di stravolgimento del paesaggio.
Boh, sarà l’età.

(La foto sopra è di Luigi Ghirri. Quella sotto, molto più modestamente, mia)

Siate brevi

April 27th, 2011 Comments Off

Per Nietzsche le abitudini brevi sono un mezzo per conoscere molte cose e situazioni, per scendere fino in fondo alle loro amarezze e dolcezze. Al contrario ciò che è durevole ha l’aspetto del tiranno, in presenza del durevole – dice sempre Nietzsche –, ho l’impressione “che la mia aria vitale si condensi’. Ancora più insopportabile, però, una vita del tutto priva di abitudini, una vita tale da richiedere “una continua improvvisazione’. Tra queste alternative, tra il soffocamento delle abitudini e il “gelo” dell’improvvisazione totale, la corta durata dei piaceri e il loro ciclico sorgere e tramontare sono un vero giusto mezzo. Ci consentono di fuggire attraverso cento porte segrete: cibi, pensieri, persone, città, poesie, musiche, teorie, fotografie– se la corta durata è la chiave di volta unica di questa teoria del piacere, praticamente infinita è la varietà dei suoi contenuti possibili. L’elenco di Nietzsche è arbitrario e sempre aggiornabile. Sta lì a indicare un patto tra la discontinuità del desiderio e la varietà del mondo. Non solo quello che ci piace, ma anche per quanto tempo ci piace definisce il nostro essere. Anche per Leopardi la brevità piace se non altro perché nulla piace. Anche i maggiori piacere non sfuggono alla regola fatale dell’assuefazione e della sazietà: se privi del margine vitale della mancanza di desiderio, non appagano più. Per questo varietà e brevità sono gli ingredienti fondamentali di una strategia di sopravvivenza: difendono perché sono illusioni, non perché sostituiscono una verità ad un’altra. Perché il mondo è vario, e goduto brevemente, è di sicuro più sopportabile. Quelle “sfocature” che disturbano la nostra visione delle cose sono, forse, l’inconscia coscienza (scusate il pasticcio) di questo cercare l’eterno in ciò che, per propria immutabile natura, eterno non è.

Manchester England England

April 16th, 2011 § Leave a Comment

Ho visto qualche giorno fa una mostra che mi ha assestato un forte pugno nello stomaco.

Con gli anni che passano ed i tempi che corrono, ci siamo abbastanza disabituati a vedere il reportage “duro”, ed infatti queste sono foto degli anni ’60. Vengono dalla guerra del Vietnam, fanno parte di quelle immagini che arrivavano in occidente come “Telefoto AP”, e che hanno piano piano turbato le coscienze degli occidentali, spezzando quel mito della guerra civile, eroica, giusta.

Questo giovanissimo infermiere che si vede morire davanti un compagno mentre cerca di rianimarlo in mezzo al fango – ecco, credo che se il fotografo di reportage apparentemente non deve far altro che registrare ciò che gli succede davanti, eppure non può trasmettere una simile tragedia ad altre persone se quel pugno nello stomaco non l’ha preso lui per primo, se non si è calato fino in fondo nella follia. E Huet ci si calò tanto da morirci, in Vietnam, abbattuto con l’elicottero da cui stava fotografando.

Una rievocazione forse fuori moda, se non per quelli, come me, per cui Vietnam non è mai stato il nome di un Paese.
E’ rimasto sempre il nome di una guerra.

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