Un corsaro
May 20th, 2011 § 5 Comments
Poesia, romanzo, cinema, teatro, canzoni, articoli e saggi sono le forme espressive che Pier Paolo Pasolini ha usato per raccontare il senso di morte di un intellettuale, di una società di una cultura. Queste “forme’ hanno narrato le istanze pre-borghesi , mistiche, primitive, mitiche e umanissime di un mondo proto-metropolitano, lo scontro e la morte dello stesso contro l’incultura industriale della società dei consumi. Un messaggio sostanzialmente unitario, testimone del passaggio epocale dell’Italia, a partire dagli anni 50, da una millenaria civiltà contadina ad una società laica e profanatrice di ogni sacralità.
L’arco della speculazione di Pasolini si può arbitrariamente dividere in tre passaggi fondamentali:
- la scoperta del sottoproletariato urbano romano (Accattone, Mamma Roma, La ricotta, Una vita violenta, Ragazzi di vita);
- la testimonianza del superamento di quel mondo con l’acculturazione borghese, la mutazione antropologica e la sua “nostalgia” per i valori innocenti e “barbari” che non hanno più cittadinanza nella società massificata (Uccellacci e uccellini, La trilogia della vita, Porcile, il Pasolini polemista di “Scritti corsari” e “Lettere luterane”, Medea, Edipo re);
- il grido di morte di fronte all’avvenuto genocidio dei valori ed alla coscienza dell’irreversibilità del processo di omologazione al consumo di merci che diventa valore “di per sé” (Salò).
E poi Ostia come luogo preferito (vedi il suo film Ostia) per le sue scorribande erotiche e mentali; e come luogo della sua morte.
Insomma: non sono TUTTI spunti ai quali applicare la “forma” espressiva della fotografia?

Mi viene in mente la vincitrice del premio Fnac di quest’anno, Stephanie Gengotti, che ha vinto appunto con un reportage sulla popolazione dell’idroscalo di Ostia.
Credo che ormai di pasoliniano (nel senso che tu hai giustamente richiamato) sia rimasto molto poco, ma forse, anzi sicuramente, il ruolo del fotografo è anche nel reinterpretare le realtà che mutano.
all’opera Roberto, rileggere Pasolini a Ostia, fuori dal macabro e dentro al dolore che si portava dentro. C’era una canzone che parlava di un “cravattaro” finito a Ostia, ho identificato il litorale molto sul grigio per molto.
Beh, il reportage “duro e puro” non è mai stato il mio forte, e dell’innocenza delle periferie tanto cara a PPP, non c’è più traccia.
Mi viene quasi da pormi una domanda: ma di coloro che hanno ereditato lo status di emarginati metropolitani, quanti sono a languire davanti alla tv trangugiando le parole di Emilio Fede?
Roberto: ho visto quella mostra recentemente alla Fnac di Torino. Non avevo pensato a farmi la tua domanda, e non voglio pensare alla risposta.
Già. Domande pericolose, oltre che pochissimo pasoliniane.