Zona disagio

February 23rd, 2012 § Leave a Comment

Zona disagio

Sono finalmente entrato nella zona.

Il percorso è stato lungo, anche se non proprio lunghissimo in termini assoluti: certo che il concetto di estensione temporale cambia, cambia al crescere del proprio tempo biologico, cambia a seconda del proprio skyline, cambia con le aspettative.

Consapevolmente ho cercato la smagliatura nella rete che mi permettesse di superare la barriera che circonda la zona, le ho girato attorno fino a trovare, con la punta dei polpastrelli mentali, la crepa, la rugosità che indicasse una possibile via di accesso.

Eccomi dentro, sapendo che la malinconia ha bisogno di pochissimo, a volte di nulla, mentre la speranza è avida, pretende tanto e a volte tutto.

Ora sono dentro, perché è l’unico posto dove posso bastare a me stesso: sono nella zona disagio.

La fotografia anche questa zona può rappresentare proprio perchè, come la malinconia, ha bisogno di pochissiomo “spazio” per poter esistere.

Tutti i colori del reportage

January 6th, 2012 § 2 Comments

Ho passato il pomeriggio a vedere una mostra, questa mostra, di Steve McCurry, fotografo della Magnum e collaboratore fisso di National Geographic. McCurry ha vinto molti premi di fotogiornalismo, ma deve la sua notorietà presso il grande pubblico soprattutto alla famosissima foto di una ragazza afghana ritratta nel campo profughi di Peshawar.

Al di là di quello che è stato uno scatto particolarmente fortunato, il lavoro di McCurry come fotoreporter è stato comunque enorme: perennemente in viaggio, e preferibilmente in zone “calde”, di guerra, di povertà, di rivoluzioni. Un lavoro anche di lento, minuzioso inserimento nella realtà di culture diverse: “If you wait, people will forget your camera and the soul will drift up into view”, scrive McCurry sul suo sito. Qui mi tornano alla mente i miei infiniti tentativi di fotografare in modo incisivo durante i miei viaggi – e se per fotografare un bambino basta scherzarci un po’, entrare nella vita quotidiana di altre persone richiede tutto il tempo che serve per trasformare la macchina fotografica da arma in strumento.

Tanto di cappello, insomma. Eppure sono tornato a casa un po’ deluso.
Sicuramente mi ha disturbato l’allestimento, plastico e creativo, ma decisamente invadente per la vista. Ma c’è un motivo forse più importante.

E’ chiaro che i fotografi che lavorano per il grande pubblico, sia pure per quello più acculturato di NatGeo, sono soggetti alla necessità di piacere al pubblico stesso. Però trovo fraudolento ed imbarazzante farlo con effetti dozzinali come quello di esasperare la saturazione cromatica – e nelle foto di McCurry questo succede spessissimo, fino a limiti talvolta quasi ridicoli.

Non si sta parlando di aderire alla realtà oggettiva, questione su cui abbiamo spesso espresso dubbi su queste pagine. Si sta parlando di una educazione all’immagine che dovrebbe impedire questa piacioneria spicciola.
La saturazione esasperata in una foto di reportage è come la scena di sesso a tutti i costi in un film, come la parolaccia in una commedia. Al pubblico piace, ma da un fotografo di questo livello ci aspetteremmo scelte un po’ più coraggiose.

Elogio dell’autostima

December 4th, 2011 § 11 Comments

Ora, non è che io voglia fare il rompipalle a tutti i costi.

Ma da una rivista di psicologia, che nel numero di dicembre parla di come ”aiutare un adolescente a diventare adulto” e ”sentirsi bellissime nelle sere di festa”, ecco, mi aspetterei che lavori per l’autostima dei suoi lettori/delle sue lettrici.

Insomma, cosa devo pensare quando una donna bellissima come Stefania Rocca approda in copertina ottenebrata da una dose tanto massiccia di Photoshop?

(non compro Psychologies – l’ho osservata durante la fila alle casse del supermercato)

Se ad esporci siamo noi

November 3rd, 2011 § 3 Comments

LFA va in mostra alla biblioteca “Elsa Morante” di Ostia, dal 4 al 17 novembre 2011, con la collettiva “La città come metafora” (foto di Carlo Costanzo, Roberto Ferretti, Pietro Genualdo, Adriano Scopelliti e degli allievi del corso di fotografia 2010-2011 di LFA).

Apertura il 4.11 alle 17.30. Come si suol dire, vi aspettiamo numerosi.

(la foto proviene dal lavoro “Qui e ora” di Roberto Ferretti)

Didascalicamente

October 24th, 2011 § 2 Comments

Appena in tempo prima della chiusura, ho messo piede al MACRO di Testaccio per vedere i lavori di FotografiaFestival.

E’ chiaro che ciò che un festival espone è legato anche alle scelte dei curatori. E’ chiaro che in un festival si vede materiale abbastanza eterogeneo, ed è difficile darne un giudizio unico. E’ chiaro che in un momento come questo può essere importante tornare a dare visibilità alla fotografia più (per così dire) impegnata – fotografia che parla di degrado urbano, immigrazione, vagabondaggio. Fotografia con una linea di lavoro molto concentrata, didascalicamente concentrata, su un certo tema sociale.

Però, il dubbio resta.
In fotografia, l’impegno sociale è abbastanza per giustificare la mancanza di impatto emotivo?

(la foto è di Alessandro Imbriaco, ed appartiene a questo lavoro)

Fra la via Emilia e il West

October 16th, 2011 § 2 Comments


Intanto cominciamo a dire che il fatto che una figlia di diciassette anni si presti ad accompagnarti ad una mostra fotografica è di per sé una bella soddisfazione. A Modena vengo raramente e sempre in treno, quindi faccio giravolte interminabili per arrivare in centro e parcheggiare. Per Ansel Adams si fa questo ed altro, mi dico.

La mostra di Ansel Adams cade nel quadro del festival della filosofia, dedicato quest’anno alla natura. Ora, pensare ad Adams come ad un fotografo della natura a prima vista sembra un po’ riduttivo – da fotografi, si vede la sua opera più volentieri come una esplorazione di certi confini della fotografia, sicuramente senza tecnicismi formali, ma con la coscienza della specificità del mezzo tecnico e del linguaggio fotografico.
Una specificità basata soprattutto su una estrema definizione dell’immagine: qui f/64 e straight photography insegnano, anche se Adams sapeva bene quanto poco la sua fotografia volesse essere straight:

Non si tratta solo di mettersi in relazione con il soggetto, ma anche di prendere coscienza delle potenzialità espressive della sua immagine. “Vedere” in anticipo le soluzioni alternative con cui si può restituire un soggetto lascia ampio spazio all’interpretazione soggettiva, permettendo di utilizzare in ogni fase i mezzi più adeguati necessari alla realizzazione dell’immagine che abbiamo visualizzato.

Detto questo, convengo su un fatto: vedere tutta insieme la parte più rilevante della sua opera mostra anche una immagine di Adams come appassionato cantore delle wilderness dell’Ovest. Una sola osservazione – la mostra è allestita con stampe d’epoca, e soprattutto con stampe in formati relativamente piccoli. Il che non rende giustizia alla raffinatezza tecnica e alla definizione delle immagini e, diciamolo, mette seriamente in difficoltà quelli come me.

Quelli che ancora non si rassegnano a portarsi dietro gli occhialini da lettura.

(La foto è “Canyon de Chelly”, 1945 circa)

Corpi reali

September 25th, 2011 § 9 Comments

La gran parte dell’immagine di nudo (specialmente femminile) ci arriva oggi addosso in forma simil-pubblicitaria, sovraccarica di aspettative di perfezione ed associazioni di idee sopra le righe, sovraccarica di Photoshop e silicone. Mi è capitato però ultimamente, quasi come una disintossicazione, di seguire da vicino la preparazione di una mostra di nudi da parte del mio amico Vittorio Polidori, pittore di un certo nome.

Pose morbide, corpi reali. Ombre profonde ma mai taglienti. Un colore un po’ velato, che senza freddare l’incarnato ne spegne però ogni velleità erotica.
Un tratto realistico, ma che in un qualche punto del percorso che porta l’immagine ai nostri occhi, la ha depurata di tutti gli eccessi.

In un momento in cui l’immagine (pittorica o fotografica) del nudo femminile è diventata un terreno tanto scivoloso, tutto questo è una boccata di garbato realismo. Un realismo, nonostante la trasfigurazione pittorica, infinitamente più profondo di quello di tanta fotografia attuale, che utilizza la sua equivoca oggettività nei modi più spregiudicati.

(Il dipinto sopra è di Vittorio Polidori. la foto sotto, altrettanto bella e delicata, di Edward Weston)

Ossimoro

August 31st, 2011 § 2 Comments

L’ossimoro [...] è una figura retorica che consiste nell’accostamento di due termini in forte antitesi tra loro. A differenza della figura retorica dell’antitesi, i due termini sono spesso incompatibili e uno di essi ha sempre una funzione determinante nei confronti dell’altro (come avviene tra sostantivo e aggettivo, soggetto e predicato, verbo e avverbio).
(Wikipedia)

(lo ammetto, trovo l’immagine abbastanza feticista, ma anche molto ben congegnata)

Codici e sessismo

July 15th, 2011 § 6 Comments

Nelle pieghe di un periodo di lavoro micidiale, mi viene voglia di fare qualche considerazione su due casi di cui negli ultimi (si fa per dire) tempi si è parlato molto. Forse anche troppo: ma per l’occasione lasciate dire qualcosa anche a me.

Uno è legato ad una pubblicità della festa del Partito Democratico: il manifesto incriminato è questo.

Una trovata non particolarmente originale, intendiamoci. La citazione di The seven year itch appare un po’ sovradimensionata, ma nell’insieme si resta sconcertati che questa immagine possa aver scatenato il vespaio che ha scatenato. Trovate vari contributi alla polemica che ne è seguita qui, qui, e qui, e volano, per così dire, parole grosse: sessismo è quella che la fa da padrona.

Il secondo caso è stato la scelta di Vogue Italia di far posare in un servizio, e di portare in copertina, un gruppo di modelle di taglia cospicua, diciamo sulla 46-48 per capirci. Niente a che vedere con le ragazze della porta accanto: donne molto belle, modelle professioniste ma di taglia non conforme agli standard di una rivista di moda, oltretutto in vista come Vogue. Il servizio, peraltro, conteneva immagini di un erotismo sì patinato, ma sicuramente più esplicito del solito per una rivista del genere.

Leggendo i commenti che ne sono seguiti sul sito di Vogue, si resta di nuovo abbastanza sconcertati: si va dal rifiuto totale verso un cambio di punto di vista (o anche solo di taglia), al giudizio di volgarità verso le foto, al giudizio di “ciccione” verso le modelle – ma ci sono anche molti apprezzamenti, a dire il vero. E tra i commenti che sono girati sul web (qui per esempio) non è mancato, né poteva mancare, il verdetto di sessismo.

Ora, queste immagini hanno storie diverse, ma c’è un argomento che vale in entrambi i casi. Quanto è consentito uscire dai codici comunicativi per una immagine destinata alla comunicazione di massa?

Paradossalmente (ma non troppo), tra i due casi quello che esce di più dai binari usuali è il servizio di Vogue. Ad una rivista di moda non è consentito saltare fuori di certe dinamiche tanto facilmente, e per questo la scelta di Vogue Italia è piuttosto coraggiosa, e il dibattito che ne è seguito lo prova. Però, una rivista lavora su una tipologia di comunicazione abbastanza mediata, si sfoglia, si legge, c’è il tempo di digerire le novità – cosa impossibile in un manifesto che si guarda una frazione di secondo per la strada.

Per questo, del manifesto del PD si può senz’altro dire che sia banale, piacione, autoindulgente, ma non fa altro (né può far altro) che attivare un meccanismo di comunicazione codificato. Questo meccanismo risente di una asimmetria di genere storica, e tuttavia non punta in modo centrale su questa asimmetria, che resta lontanissima dagli eccessi a cui il nostro sguardo collettivo sembra essersi assuefatto. Ed infatti a prima vista (e, per quanto mi riguarda, anche alla seconda) si percepisce a malapena.

E poi, alla fine, penso che ci sia una misura nel giudicare le cose. Non amo questo cerebrale gioco di società di scovare il sessismo a tutti i costi, è un gioco perfino troppo facile da fare su quel terreno, come è l’immagine, in cui niente è mai scritto in modo inequivocabile.
E a dirla tutta, non amo neanche questo settarismo ideologico, questo dibattito forsennatamente autodistruttivo che pervade la sinistra italiana, in cui l’avversario preferito è sempre quello che la pensa quasi come te, perché allora sì che si possono fare le distinzioni ideologiche più sottili, e vuoi mettere. Quella vena suicida che da tempo ormai immemorabile tiene in stallo ogni possibilità di essere socialmente incisivi.

Perché non c’è mai un compromesso accettabile dal quale iniziare a cambiare.

Ibernazione

June 13th, 2011 § 3 Comments

Il paesaggio che siamo abituati a vederci davanti è qualcosa dentro a cui l’occhio scava la sua tana. Le cose assumono una configurazione abituale, per certi versi confortante, ma che a lungo andare ci impedisce di valutarle nella loro specificità.

E’ allora necessario che l’occhio riprenda l’attività di esplorazione del reale, che ricominci a scavare per riportare alla luce le cose. Loro sono lì, sotto i nostri occhi, ma può essere necessario uno sforzo per tornare a vederle.

Tutto questo per dire che mi sono accorto di colpo di avere ancora un rullo di Ilford FP4 in qualche angolo del frigorifero.

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